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CRONACA
Il “regista” di se stesso: il caso Cappellari
Il giovane cronista indagato per incendio, calunnia, simulazione di reato e procurato allarme
Un’escalation di intimidazioni che aveva fatto scattare per lui la protezione dello Stato. Ma secondo l’ipotesi della Procura di Vicenza, l’autore di quei gesti sarebbe lo stesso cronista sotto inchiesta: Adriano Cappellari, collaboratore giornalistico di Enego.
Adriano Cappellari ( Foto Dario Vanin )
I carabinieri di Bassano del Grappa hanno eseguito perquisizioni personali, domiciliari e informatiche. Le accuse ipotizzate sono pesanti: incendio, calunnia, simulazione di reato continuato, procurato allarme e truffa a ente pubblico.
L'inchiesta è partita il 30 maggio scorso, giorno in cui a Enego è esploso un ordigno artigianale vicino all'abitazione del giornalista, provocando danni alle case vicine mentre lui riprendeva le fiamme con lo smartphone. Le telecamere avevano immortalato una persona con il volto coperto e una tuta che aveva lasciato una busta con lettere minacciose per lui, per la premier Giorgia Meloni e per don Maurizio Patriciello, corredate da foto dei tre con i volti cerchiati e segnati da una croce.
Il cronista avrebbe presentato tre denunce (a novembre 2025, dicembre 2025 e febbraio 2026) per buste simili con addirittura delle cartucce calibro 22. Per questo motivo, dal 6 novembre era scattata la vigilanza, poi trasformata a maggio in una scorta con auto blindata, utilizzata anche per eventi come la Partita del Cuore a L'Aquila.
Il quadro investigativo è però cambiato con gli accertamenti tecnici. Analizzando i resti dell'ordigno, gli artificieri hanno individuato marca e modello dei materiali. Dalle verifiche su una piattaforma di e-commerce è emerso che il 25 aprile Cappellari aveva ordinato quattro cartucce di gas butano-propano con la sua carta di credito, facendosele recapitare a casa, e il 29 aprile aveva acquistato sei bottiglie di alcol denaturato dello stesso tipo usato per l'attentato.
Inoltre, la statura della persona mascherata ripresa nei video sarebbe perfettamente compatibile con quella del giornalista. Elementi che, nel rispetto della presunzione d'innocenza, portano gli inquirenti a ipotizzare la totale simulazione dei reati.
Fermi restando la presunzione d'innocenza e il rigoroso rispetto delle garanzie difensive in questa fase se le accuse dovessero trovare conferma in sede giudiziaria, la vicenda riproporrebbe il tema dell'impatto che l'eventuale attivazione infondata di misure di protezione e risorse investigative ha sul sistema delle tutele pubbliche; un profilo che, a prescindere dall'esito del procedimento, solleva interrogativi sul rispetto dovuto a chi fronteggia quotidianamente minacce reali.