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Etichetta alimentare del paese d'origine: si o no?
Mentre in Europa prende forma, pur tra diverse polemiche, un regolamento che disciplinerà l’etichettatura dei prodotti alimentari, l’Italia cammina da sola e avvia un iter legislativo per delle disposizioni più rigorose
Il 6 dicembre 2010, infatti, in sede di Consiglio dell’Unione Europea i governi degli stati membri hanno sottoscritto un accordo politico in merito ad una proposta di regolamento sull’etichettatura alimentare, approvata in prima lettura dal Parlamento Europeo nel mese di giugno 2010 ed in attesa di essere vagliata in seconda lettura dallo stesso Europarlamento, prima di diventare legge. L’accordo, lunedì scorso è stato formalmente adottato con voto contrario dell’Italia, che ha ritenuto “troppo elastiche” le disposizioni sull’indicazione del paese d’origine.
Questa proposta di regolamento prevede l’indicazione obbligatoria, in etichetta, del valore energetico e della quantità di alcuni nutrienti, quali grassi, acidi grassi saturi, carboidrati, proteine, zucchero e sale. La proposta, inoltre, prevede l’obbligatorietà dell’etichetta del paese d’origine. L'obbligo, in un primo tempo, riguarderà più tipi di carne e, entro tre anni, la Commissione dovrà svolgere una valutazione d’impatto finalizzata all'eventuale estensione dell’indicazione del paese d’origine ad altri prodotti.
Mentre in Italia consumatori e imprese plaudono al traguardo raggiunto alla Camera, in Europa si levano diversi cori a sfavore dell’etichetta d’origine obbligatoria. A non vederla di buon grado sono, in primo luogo, le associazioni di rappresentanza delle imprese di alcuni stati membri, che considerano la prescrizione come un ritorno ai nazionalismi e la accusano di prestarsi ad un utilizzo protezionistico. A dare man forte a queste imprese sono, principalmente, Germania, Danimarca, Spagna, Olanda e Svezia e la Commissione Europea, che non vedono di buon grado l’introduzione di un’etichetta alimentare del paese d’origine, giacché disposizione contrastante con lo spirito unitario del mercato unico europeo, che ammetterebbe, al massimo, un’etichetta unica “made in Europe”.
Sul fronte a favore dell’etichetta, invece, si trovano altre associazioni imprenditoriali, sostenute da Austria, Francia, Grecia, Italia e Portogallo, che riconoscono come un passo positivo la dichiarazione supplementare d'origine per le carni fresche, refrigerate o congelate delle specie suina, ovina, caprina e di volatili, come prevede l’accordo raggiunto in Consiglio.
Nel quadro di questa partita resta da capire chi vincerà e quale sarà il futuro dell’etichetta d’origine.
Il fronte del NO, nei giorni scorsi, ha incassato un successo. La Lettonia, che si accingeva ad emanare una legge sull’etichettatura dei prodotti lattiero – caseari è stata infatti diffidata dal Commissario europeo con delega alla Salute e Tutela del Consumatore, John Dalli. Motivo della decisione il quadro giuridico europeo, che, in materia di etichettatura alimentare, prevede l’obbligo di comunicazione dello Stato membro alla Commissione e agli altri stati membri. L’applicazione delle disposizioni resta pertanto condizionata al nulla osta della Commissione.
Qual è il vostro punto di vista sulla questione?