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MOSTRE
L’arte e l’umano
Nell’ellisse della Chiesetta dell’Angelo le opere della mostra Ferite, cicatrici, memorie coniugano l’arte con il cammino umano
La curatrice nel corso della sua presentazione ha condotto l’ellisse di sguardi partendo dall’arazzo di Renata Bonfanti intitolato all’Algeria. I colori e la luce abbacinante del deserto solcati da una lunga ferita rossa, a ricordo dei “fatti” che hanno interessato quella terra negli anni Cinquanta, - il prototipo dell’arazzo è del ’58 – l’opera provoca un jet lag inquietante per l’inevitabile aggancio all’attualità. La seguono i due libri di Pompeo Pianezzola, opere recentissime realizzate dopo il volume dedicato ai suoi ottant’anni e ancora poco esposte che rappresentano due volumi aperti: un libro di carta visto come luogo di traduzione di segni, luogo custode delle memorie e di valori riconoscibili e fermi, e un libro sconvolto dalla bufera del tempo, reso illeggibile dalla confusione di idee e di linguaggi, le pagine arruffate dal caos mediatico del villaggio globale.
Nella teca e nel riflesso l'"Artigiano" di Federico Bonaldi (foto di L.Vicenzi)
L’opera di Alessio Tasca è definita da Flavia Casagranda un “monumento”, inteso nel senso di classico di “segno di memoria perenne”, la dedica di Tasca è all’amico Licisco Magagnato, mancato nell’ ’87, - tra le altre cose anche apprezzato direttore del Museo di Bassano - e la ferita che scende verticale nei corpi ceramici e che porta al vocabolo “morte” segna una continuità effettuale che ben riconosciamo e che ci permettiamo tutti, attraverso la memoria perenne degli affetti, di travalicare. Le due opere di Cesare Sartori, una degli anni ’90, l’altra recentissima, rappresentano un cratere primigenio che consente a chi si affaccia la lettura della materia viva e vivente che contiene, e poi una coppia di stele che innalza al cielo cicatrici ancestrali e mitologiche, erette nel vuoto le storie dell’umanità. L’opera in legno di Sergio Schirato, il materiale lasciato al suo cromatismo naturale, rappresenta nella sua ricerca di rapporti aurei tra volumi, pesi, misure, la tensione verso l’equilibrio, la costruzione che intende superare l’instabilità.
Le due opere in marmo di Natalino Andolfatto, contrapposti nero del Belgio e bianco di Carrara, hanno due titoli romantici, Intimità, Notturno, che dichiarano la volontà di far emergere non il freddo ma il calore, l’anima del marmo; appaiono come isole domestiche abitate da coppie stilizzate ma insieme quasi neoclassiche; due sculture silenziose, nessuna solitudine, tutto è “due”, le ferite/feritoie sono nelle pareti che proteggono le coppie, o che le rinchiudono. Segue, nell’ellissi della chiesetta, un cerchio tridimensionale: l’opera di Lee Babel - artista di origine tedesca che abita a Fara Vicentino – dal titolo greco rappresenta una rotazione in cui sono inglobati spazio, tempo e insieme gli elementi del quotidiano, una sorta di macina che ingloba Vita e vite.
L’artigiano di Federico Bonaldi - dice la curatrice - è un po’ l’emblema della mostra, una sorta di silloge del tema: “incarnato” nella teca l’eterno fanciullo che insegue l’ispirazione, che è perennemente alla ricerca gioiosa del nuovo, l’occhio cieco che rivela il tormento, l’ansia, l’assillo dell’ineluttabilità del fare che gli artigiani, e gli artisti, ben conoscono. Il giro si conclude con le due opere di Giuseppe Lucetti, due quadri ceramici dove la sabbia di porcellana diventa custodia, scavo nella memoria, fossile emotivo. Il cammino ellittico può riprendere all’infinito, è il privilegio dell’arte, ferite cicatrici e memorie lo rendono umano.