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Libri a teatro: “È stato così”

A teatro Remondini Sabrina Impacciatore ha portato in scena con un monologo appassionato la storia di un non amore

Ottanta minuti, indica il libretto in sala, è la durata dichiarata dello spettacolo senza intervallo. A Sabrina Impacciatore, che sostituisce in scena Alba Rohrwacher, ne bastano invece sessanta tanto il suo monologo è teso, pieno di angoscia e recitato quasi in apnea, senza respiro. L’intervallo non è concesso né alla narrazione né a chi popola il nero in sala, il pianto della donna-bambina che si lamenta di non essere amata, a tratti sapientemente meccanico, frignato, non ha alcun volto amico a cui essere rivolto: uomini e donne se ne distanziano in ugual misura, non vogliono con-patire, casomai appena pietire e con la partecipazione lontana che si dedica alle dichiarazioni fallimentari quando il fallimento è di altri. Il regista, Valerio Binasco, ha rappresentato in scena soprattutto l’isolamento, l’immobilità raccontata dal romanzo della Ginzburg: ha voluto sul palco solo la donna protagonista, la sua storia, e poi una sedia, lo sfondo di una tappezzeria stampata a fiori, a rappresentare forse i sogni lasciati indietro, qualche lampadina e un mazzo di rose abbandonato in terra, a evocare un amore calpestato. In realtà la storia raccontata dalla donna sul palco è quella di un non amore. È non amore quello che lei tesse attorno ad Alberto, la loro relazione segue da subito una traiettoria piatta, è una navigazione in acque inquinate dalla noia; è non amore quello che lui rivolge a lei, parlato con il solo linguaggio del letto mentre da sveglio si ostina a cercare un’altra donna, una vecchia fiamma che in fondo non ama abbastanza e che a sua volta non ama abbastanza lui; è non amore quello che fa mettere al mondo a quei due una bambina, un essere nuovo somma di addendi spaiati di cui lui si disinteressa da subito e che morirà restituendo alla mamma uno sguardo lontano, risentito, colmo di non affetto. La protagonista del libro da cui è tratto il testo teatrale – È stato così –, racconta più il delirio di un’ossessione e la deriva di una solitudine. La vita malsana della protagonista annaspa in uno stagno, una palude di non sentimenti che tira verso il fondo e da cui la donna esce come può, come sa, con uno slancio altrettanto malsano. Il misfatto è dichiarato già dall’inizio: «Gli ho detto: - Dimmi la verità - e ha detto: - Quale verità? - e disegnava in fretta qualcosa sul suo taccuino e m'ha mostrato cos'era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto. Gli ho sparato negli occhi». La confessione apre e torna a chiudere la narrazione che compie un cerchio attorno a due esseri incapaci, anche di essere indifferenti, a due umani nati in cattività. Caldi gli applausi in sala per l’attrice, per lo spettacolo.

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