Teatro
Dall’Amleto nell’Interzona, al silenzio parlante di Tacet
Proseguirà fino al 30 agosto il cartellone di B.Motion con gli appuntamenti dedicati alla drammaturgia contemporanea
Scelti da un ricco carnet di proposte, Hamlet – Cronache dall’Interzona, da un testo di Pasquale Stanziale, diretto e interpretato da Leda Kreider, sul palco del Remondini con Antonio Perretta e Mauro Lamantia, e poi Tacet, testo di Jacopo Giacomoni e regia di Silvia Costa, opere che sembrano rispondere da due estremi.
Il primo accumula, sovrappone, cita, devia, secondo i dettami della scrittura di Stanziale, che già in altre occasioni ha sottoposto i classici a contaminazioni e riletture radicali; il secondo prende un’unica materia, il silenzio, e la rende visibile, parlante, attraversata da corpi e voci, in bella vista l’elemento fisico della circolarità, governata da un’illusoriamente geometrica meccanica della ripetizione.
L’Amleto di Shakespeare, nel primo spettacolo serale del 21 agosto, opera vincitrice del Bando Vene.Re 2025 - come è stato ricordato anche in un video proiettato sul fondale - è stato trasportato nell’Interzona di Burroughs, il territorio allucinato di Pasto nudo, opera concepita nell’ “Hotel Delirium”, e il principe danese tormentato dal dubbio e incapace di scelta nell’azione vi diventa un ordinario nomade del pensiero. Si procede per capitoli, dal prologo all’epilogo, dentro un ambiente pseudo balneare, che sia Messico o Tangeri, diventato luogo di passaggio, non-luogo nel quale Shake-Shake-Shakespeare viene fatto incontrare con Burroughs, Lacan, Castaneda, Kerouac, e con una quantità di immagini, citazioni, canzoni e musiche, frammenti video e animazioni.
Burroughs in un filmato d'archivio spara all’immagine del Bardo, il teschio diventa maschera bianca, Leda Kreider-Ofelia-Gertrude assume figure e registri differenti, mentre gli altri interpreti entrano ed escono seguendo una sorta di flusso mentale. I riferimenti letterari, filosofici, artistici, sono numerosi, raffinati e anche pop, comunque finiscono per funzionare come segnali di riconoscimento più che come elementi drammaturgici. Tutto è governato da una continua necessità di spiegare, evocare, citare e rilanciare.
Se Hamlet procede per saturazione — d’altra parte, è dichiaratamente dalla premessa un Amleto "abusato" — Tacet, in cartellone domenica 23 agosto, sceglie invece la sottrazione. Andato in scena nella Chiesa di San Giovanni, il lavoro di Jacopo Giacomoni e Silvia Costa prende come punto di partenza uno dei pochi riti laici condivisi rimasti: il minuto di silenzio.
Il testo, vincitore del 58° Premio Riccione per il Teatro e di Biennale College Teatro – Drammaturgia Under 40, intreccia filosofia, metafisica e matematica attorno ai temi della durata e della possibilità di stare insieme dentro un tempo delimitato. Al centro dello spazio vi era sistemato un grande quadrante tondo, bianco, punteggiato da neon. Silvia Costa ne percorre la circonferenza senza pause in senso antiorario, misurandolo con passi di diversa misura, modificando il ritmo, accelerando o rallentando, contando i sessanta secondi in modi differenti. Il corpo diventa così uno strumento per rendere percepibile ciò che normalmente non vediamo: il tempo mentre passa. Attorno a questo movimento gli altri performer, oltre a Giacomoni Gaia Ginevra Giorgi, Dylan Guzowski, Elena Rivoltini e Matteo Zoppi, costruiscono una costellazione di racconti e riflessioni sul silenzio. C’è Virgilio, ci sono partiture mute, architetture, scorrono bollettini di eventi catastrofici e di eventi storici, si ricorda John Cage e la sua esperienza nella camera anecoica, c’è il silenzio a occhi spalancati di Kurt Cobain durante l’MTV Unplugged di New York nel 1993, un’interruzione quasi impercettibile che ha acquistato una forza enorme, immortale, rispetto alla sua durata. Ed è chiamato all'appello anche il silenzio che non è silenzio di un corpo morto.
Scorrono riferimenti musicali, e si rivive il silenzio commemorativo, pubblico, rituale: il minuto nel quale una comunità decide di unirsi nel gesto di non dire. La Biennale a proposito del lavoro artistico parla significativamente della costruzione di una «cartografia temporale», dove la riflessione trova un dispositivo teatrale capace di sostenerla.
È forse questo aspetto che rende i due spettacoli così interessanti se osservati insieme. Da una parte un classico sottoposto a una specie di overdose culturale, incapace di sottrarsi alle infinite figliazioni se non girando le spalle alla propria storia generandone altre cento; dall’altra la rappresentazione di uno studio articolato sul silenzio, e sul tempo del silenzio, che diventa un territorio tra passato e futuro in cui la sosta si apprezza via via sempre più, in collettivo con gli attori in scena, loro a fare da tramite con una materia complessa tramutata in azione, in un crescendo.
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