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Emmi e Leo, nel vento del Nord
Al Teatro Remondini, il penultimo appuntamento di "Il teatro siamo noi" ha proposto la rilettura diretta da Paolo Valerio del romanzo di Daniel Glattauer Le ho mai raccontato del vento del Nord
Il loro è un carteggio di quelli moderni, la tecnologia oggi consente un’immediatezza negata, nella tradizione classica, al romanzo epistolare. L’attesa qui deve essere rappresentata, ed è evocata dalla scenografia divisa a metà – la camera di lei, lo studio di lui ai lati opposti del palco ma inclinati, convergenti – e dallo scorrere di immagini con le note atmosfere immobili alla Hopper, alla Wyeth. Il consueto margine largo lasciato al tempo nel passato qui è annullato dal botta e risposta da chat tamburellato a suon di dita sui due pc lontani, e da un’asciuttezza che talvolta fa sembrare i testi dialoghi spicci da telefonata. Eppure è proprio la parola scritta la vera protagonista della pièce e del libro di Glattauer: ciò che crea un legame forte, indissolubile ed esclusivo tra Emmi e Leo è al tempo stesso la ragione e il veicolo ideale che conduce la loro storia.
I due attori che si muovono sulla scena donano vitalità soprattutto alla rappresentazione del crescendo di paura dell’incontro reale, del timore che l’uscita da quelle “stanze” possa rovinare tutto e che quindi sia quasi meglio restare ancora chiusi lì, come se ciò fosse possibile. Nei fatti è un elemento incorporeo, una mail scritta a Leo del marito di lei, a fissare nei margini della realtà la loro relazione. E alla comparsa sullo schermo del messaggio che annuncia la chiusura definitiva della casella di posta di Leo, gli spettatori sanno già che quel vento di parole tanto vitale, anche altrove, tornerà a soffiare.
Applausi.
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