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Disonorata società
L’ultimo appuntamento della stagione “Il teatro siamo noi” ha portato in scena al Teatro Remondini il nuovo spettacolo di Patricia Zanco dedicato al Vajont
«Genocidio è un termine corretto» ha spiegato l’attrice all’Aperitivo teatrale ospitato al Color Cafè che ha preceduto lo spettacolo «ci sono stati quasi duemila morti, un assassinio di massa dai caratteri mafiosi – da qui il titolo mutuato dal linguaggio della criminalità – che è rimasto in gran parte impunito, e poi una deportazione che ha ferito e a tratti ucciso un’intera comunità».
Nella rappresentazione, diretta dalla stessa Zanco insieme a Daniela Mattiuzzi, si aggrovigliano impastate dalla stessa ondata di fango voci diverse: bassi che riferiscono parti di un processo che non rese giustizia, il lamento alto dei sopravvissuti, il jazz stridente che narra la nascita e lo sviluppo virale – tradotti sul palco in un cabaret danzante, circense, da milleluci appunto – della volontà di infierire, di unire le forze non per risolvere, curare e prevenire, ma per arricchire, corrompere, truffare, vendersi e accettare i più bassi compromessi in nome del denaro. «Morire, dormire, sognare forse», cita Amleto a un certo punto l’interprete, a sottolineare la presenza in sottofondo di una tragedia antica quanto l’uomo in questo fatto di cronaca che forse, purtroppo, è stato il capostipite di altri disastri che di “ambientale” hanno solo le circostanze: Zanco cita il rogo alla Thyssen-Krupp, la strage dovuta al crollo di una fabbrica in India, il filo nero che lega il destino del Vajont con L’Aquila (che ospitò fino al 1969 il processo contro i colpevoli della tragedia). Cita i nomi, tanti, in risposta un coro muto: alla chiamata all’appello nessuno alza la mano e abbassa la testa, c’è poca umanità nella sfilata di industriali, scienziati, tecnici, avvocati, giudici, commercialisti, professori, notai, giornalisti, funzionari dello stato in parte correi se non per altro per omissione di cura e di civiltà di tante morti.
«Il sottotitolo dello spettacolo era “primo movimento”», ha spiegato Patricia Zanco nell’intervista «in realtà quello rappresentato qui a Bassano è il “secondo movimento” perché il nostro progetto sta crescendo e maturando in scena, a contatto col pubblico». In parte è un'altra denuncia quella dell’attrice e ricorrendo al linguaggio della musica, dichiara che l’obiettivo è quello di riuscire a fare dello spettacolo una sinfonia. Lo spettatore percepisce qualche scollamento nel corso della rappresentazione che introduce accanto alla narrazione una commistione di linguaggi – quello delle immagini, l’apporto dei brani musicali molto rock – ma l’aspetto del work in progress si percepisce e piace nel suo allontanare dalla perfezione marmorea delle celebrazioni istituzionali che spesso impongono le briglie della retorica alla forza della testimonianza.
L’ascolto e l’informazione accurata, qui per fatti distanti cinquant’anni, altrove più ravvicinati, rimangono gesti da interpretare a cura dello spettatore.
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