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Conclusa ieri sera, martedì 20 maggio, in un incontro molto partecipato, la seconda edizione della rassegna culturale “A condizione che le donne”
La nascita del femminismo moderno storicamente è fatta coincidere con il 7 settembre 1968, data di un’altra incursione: quella di un gruppo di cento donne, le “New York Radical Women”, che andarono a protestare per rivendicare la parità di diritti nella sede dell’elezione di Miss America (tra le altre cose gettarono in una “pattumiera della libertà” guaine, reggiseno, ciglia finte, prodotti per il trucco e bigodini e incoronarono “miss” una pecora). Una data tanto recente da far paura, eppure rimasta lontana dalla memoria collettiva.
Sempre guardando alla storia, e alle tappe dell’evoluzione civile di un Paese, dovrebbe provocare ben altro che paura avere presente che in Italia solo dal 1946, ottenuto il diritto di voto e di eleggibilità, le donne hanno potuto considerarsi cittadine con pieni diritti. «Quello femminista» ha affermato Cavalli «può essere definito il movimento più importante della storia moderna assieme al marxismo».
“Donna non si nasce, si diventa”, scriveva nel suo saggio pubblicato in Francia nel 1949 Simone de Beauvoir; l’adolescenza, intesa come tempo concesso alla crescita con annesso il diritto di conoscere, di sperimentare, di sbagliare e di imparare dai propri errori, per la donna è una conquista solo recente; esiste una mistica della maternità, della famiglia, dell’amore e della sessualità, un’aura di sacralità fuorviante che è stata in parte creata dagli uomini, spesso uomini di Chiesa, che ha impedito di fatto alla donna di sviluppare l’esatta percezione di sé come essere umano non asservito a dei ruoli e di orientare diversamente il proprio agire nella comunità: questi alcuni spunti trattati nella conversazione condotta dal relatore, tutti presi dai testi a cui ha reso omaggio.
Dopo l’intervento di Michele Lucivero, che ha proposto lo scorso 6 maggio un’analisi approfondita, processuale, della dicotomia “santa e strega” e delle dinamiche di inclusione-esclusione sociale che hanno patito le donne, e l’incontro panoramico, esteso in epoche e luoghi diversi, tenuto da Ylenia D’Autilia e dedicato ai bellissimi sguardi delle donne della resistenza (da Antigone a Magodonga Mahlangu), la conclusione di “A condizione che le donne”, fedele al titolo della rassegna, ha sottolineato i “se” sottesi con l’aiuto prezioso di cinque libri importanti, testi che sarebbe dovere di ogni donna adulta conoscere e far conoscere alle giovani – a patto che sia un gesto a perdere, decidano poi da sole se farne o no parte del corredo per la loro vita.
Cavalli, che durante il dibattito si è prestato a fare anche da puntaspilli in vece delle scrittrici (che certo non le hanno mandate a dire nei loro saggi, anche alle donne “sorelle”), ha terminato il suo intervento leggendo alcune parole di John Stuart Mill, di Aldo Busi e una poesia che esprime una forte indignazione politica, Donne mie, scritta dalla Dacia Maraini senza paura del 1974.
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