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Modalità lettura - n.22

Una sconosciuta moralità, di Giuseppe Marcenaro. Una recensione di Marco Cavalli

Estati di fuoco. Improvvisamente, un’estate a Bruxelles… Nel libro che Giuseppe Marcenaro dedica alla storia di Verlaine e Rimbaud e al fattaccio brutto che accadde all’Hôtel à la Ville de Courtrai anche gli atti del processo, la tessera d’iscrizione di Rimbaud alla British Library, un mazzo di fiori di Fantin-Latour hanno tanto da raccontare. Il titolo stesso è preso da un arido verbale di interrogatorio.
Una recensione del critico letterario Marco Cavalli inviata appositamente per Modalità lettura. La Redazione ringrazia.
dal film <i>Poeti dall'inferno</i> di Agnieszka Holland (1995)
dal film Poeti dall'inferno di Agnieszka Holland (1995)

Quando si parla di amori maledetti la storia tra Arthur Rimbaud (1854-1891) e Paul Verlaine (1844-1896) è la prima che viene in mente. A distanza di oltre un secolo (la storia ha inizio nel 1872), Giuseppe Marcenaro le dedica un libro appassionante e documentatissimo: Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud (Bompiani 2013, pp. 372, euro 12).
Se i benpensanti mettono a marinare l’amore nella salamoia del rapporto di coppia istituzionalizzato, l’amore tra i due poeti, maleodorante, ingovernabile, ha la meglio sulla sua inclinazione a raffreddarsi, ad agghindare se stesso. Manda in frantumi ogni regola nota dell’amore allorché si solidifica in un ménage, ancorché sinistrato. Legame affettivo ma non affettuoso, passa dal gesto quasi criminale a una solidarietà spericolata, a tutto campo, battendo sulla nostra finestra morale come se cercasse di infrangerla e fare irruzione. Estraneo a calcoli e a previdenze, vive sul flusso adrenalinico dell’incertezza e dell’incompatibilità di età, appetiti, caratteri.
Verlaine, che fa in fretta a sentirsi rifiutato, alterna una devozione canina a raptus di sospetto paranoico. Rimbaud, sul crinale dell’insensibilità, scruta tra il sarcastico e l’ammirato quest’uomo più maturo di lui, questo intelletto più robusto del suo, giocarsi famiglia, reputazione e credibilità in un unico giro di ruota, perdere, ringraziare e sorridere di fronte alla ghigliottina della scomunica sociale che si abbatte su di lui.
Rimbaud e Verlaine sono consapevoli che il loro amore non ha avvenire, che è ostaggio di un’aspettativa di vita esigua. Nelle rare occasioni in cui sono felici insieme, non scambiano la felicità per una speranza. Per entrambi il punto massimo di crisi è posto sul davanti invece che sul retro della coscienza. Ritrovandosi ogni volta nella premonizione condivisa della fine, riescono a ritardarla. Tutta la coerenza e la forza del loro amore consistono nell’incredulità, nel rifiuto di consultare l’oracolo: appena lo si consulta, infatti, bisogna per forza crederci un po’. Le incomprensioni, gli screzi, i tradimenti, anche insistiti, non li spingono a desiderare come un’oasi rassicurante uno di quegli amori mediocri che per camminare devono far ricorso alla stampella del suffragio altrui. Con il solito maledetto anticipo, Rimbaud aveva mangiato la foglia: “Non c’è più niente che mi illuda; via libera alla mia sventura”.

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