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Modalità lettura 1 - n.23
Una recensione di Il delirio del particolare, di Vitaliano Trevisan
Si tratta di un testo per il teatro, “ein kammerspiel” cita il sottotitolo, ovvero una “recitazione da camera”. È stato vincitore nel 2017 del Premio Riccione, con la motivazione della giuria che riconosceva e affermava ciò che il lettore di oggi percepisce quasi fisicamente procedendo tra le pagine, anche senza avvertire necessariamente lo scattare di ingranaggi del “ferreo congegno” narrativo: la natura di partitura musicale del testo. Senza svelare ciò che non si deve sulla scena più bella, naturalmente raffigurata in musica, tolto il brusio e regolate le frequenze per mettersi in ascolto, parole, frasi e dialoghi dei personaggi (la tomba Brion, la Vedova, il Defunto, Cecchin e Bernardi) ma anche i loro silenzi, svelano un intreccio di linee perfette (intessute a rovi di rose) che disegnano tratto-spazio-tratto un edificio umano e non più umano di cui l’architettura di Carlo Scarpa, col suo canone, è insieme artefice e sintesi. Sarebbe un gran peccato che non ci fossero i Cecchin (il segretario-badante della vedova), quelli come lui che ascoltano i cantastorie in estinzione — forse sono le storie da cantare in estinzione, di sicuro in mutazione. Su taccuini pieni di dignità, con fare puntuale, prendono appunti col lapis, disposti a inciampare in racconti come questi che fanno vacillare pur parlando di una summa di equilibri, perché di fatto mostrano a chi li guarda da vicino un’architettura di ossa rose da un’ossessione imperiosa, irriducibile.
Procedendo tra le pagine, ci si chiede se il delirio sia quello della donna-narratrice, nato per morire tra pareti di stanze che incarnano una bellezza nata con già scritto il suo destino di muffa, o quello disegnato nel suo capolavoro del celebre architetto, che morì in una città anonima del Giappone di una morte accidentale narrata qui con dettagli autoptici misti a contorni fiabeschi; oppure quello dei Bernardi, che si ostinano a esplorare per tutta la vita le vite degli altri pur di non averne una propria. Forse il delirio vero è quello del racconto custodito in luoghi resi speciali come questo, opere di uomini faber costruite con ardimento e a lot of work, direbbe Trevisan, piccoli mondi monumentalizzati redivivi grazie al potere della parola.
Come accade in questo testo, messa con arte sulla carta o declamata fedelmente a teatro, la parola sa traghettare in un passaggio unico sulla riva opposta un prodotto che va al di là della sua mera addizione di ingredienti (oggetto-creazione della mente umana-azione). La poesia di “Se non perde non è un Tetto” che abita queste stanze va scoperta di persona.
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