Attualità
La meglio gioventù
In memoriam: Paolo Rossi (1956-2020)
Per me Pablito è stato di più: è stato un eroe generazionale. Di quella generazione, come la mia, che ha vissuto in diretta il trionfo dell’Italia al Mundial del 1982 e che a quell’epoca aveva ancora tutta la vita davanti.
Non si possono trovare le giuste espressioni per descrivere i sentimenti di quel momento, assai più epico e glorioso rispetto alla stessa vittoria nel Mondiale del 2006. Niente lotteria dei rigori in finale, niente testate di Zidane: quell’Italia di Madrid e prima ancora di Barcellona, l’Italia di Bearzot, ha trionfato sul campo con una progressione travolgente rispetto a un girone eliminatorio superato con difficoltà, tra mille polemiche e critiche degli osservatori esterni.
Poi la resurrezione, trascinata dall’improvvisa rinascita di questo esile gigante dell’area di rigore, hombre del partido, principale finalizzatore del gioco di una squadra diventata perfetta.
Gli anni passano per tutti e sono passati anche per lui: e in quelli recenti lo abbiamo visto più volte comparire in televisione come commentatore di calcio, con il suo garbo di sempre e con i capelli grigi. Ma Pablito, il suo avatar cristallizzato nello spazio e nel tempo, è rimasto per sempre e da oggi, con la sua scomparsa, per sempre rimarrà.
Con quel nome e cognome così comuni, Paolo Rossi ha incarnato l’epopea di una persona normale, come tutti noi, dotata di un talento nel suo campo che ha saputo coltivare ed esprimere ai massimi livelli, compresa l'umanissima parabola delle cadute e delle risalite.
Nella sua dimensione pubblica, il numero 9 per eccellenza ha sempre ispirato la percezione del bravo ragazzo vicino di casa con cui puoi scambiare tranquillamente quattro chiacchiere. Un senso di vicinanza corroborato dal fatto che la sua carriera è esplosa proprio dalle nostre parti, con la maglia biancorossa del Vicenza, e un’immagine da professionista del calcio che ti portava a considerare con rispetto e simpatia questo atipico spauracchio delle difese avversarie anche se non eri tifoso del Lane o della Juve.
Pablito, per la generazione a cui appartengo, ha rappresentato l’epoca della meglio gioventù: quella che, come nel mio caso, correva dietro ad un pallone nei campetti di periferia immaginando di giocare contro Falcao, Rummenigge o Maradona.
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