Musica
All'AMA, brilla il sole nero dei Prodigy
Sabato 23 agosto, il parco di Villa Negri, a Romano d’Ezzelino, nel quarto giorno della rassegna ha ospitato l'unica data italiana dell'iconica band inglese
Ad aprire è stato l’artista e cantautore Emma, poi ampio spazio alla musica scelta dalla dj-star siberiana Nina Kraviz, e di seguito da Samuel, il cantante dei Subsonica: una sorta di attesa di un rito collettivo, e poi niente pioggia, come erroneamente annunciato dai portali Meteo, ma è apparso il sole nero dei Prodigy.
Unica data italiana per The Prodigy, quella inserita nel festival diretto da Andrea Dal Mina.
Senza preamboli, luci potenti e laser hanno squarciato il buio, e la band, da lì per un’ora e mezza, non ha dato tregua agli “italian warriors”, gli intervenuti così ribattezzati. Un’attitudine che è rimasta selvaggia e feroce, quella della band inglese, le bandiere-insetto loro simbolo a sventolare piratesche e ammainate. Il gruppo ha una lunga storia da raccontare in musica, iniziata nell’Essex negli anni Novanta, al termine dei quali ha raggiunto un successo mondiale. I Prodigy sono diventati un’icona globale della musica elettronica e del movimento rave, come narra anche un film-concerto del 2011 diretto da Paul Dugdale, intitolato: The Prodigy: World's On Fire. A distanza di trent’anni dal decollo, la loro avventura è stata scossa da un trauma devastante, di quelli senza possibile risoluzione: Keith Flint, iconico frontman del gruppo, è morto suicida nel 2019.
Nessuno spazio per operazioni nostalgiche al concerto, solo un concentrato di potenza, rabbia e un caos selvaggio, pulsante. Testi-slogan urlati, in gran parte, imprecazioni furiose e sonorità da sabba, da rito voodoo praticato tra luci strobo da discoteca, come se non vi fosse un domani. Tutto con un tasso di contagio forte e una cifra di autenticità credibile – non accade così spesso di incontrarli.
Una band “edonistica”, non politica, è stata definita da loro stessi nel corso di un’intervista. Con il puro edonismo, per l’andare degli anni e degli eventi, si viene a patti, e nel loro sito dalla morte di Flint è dichiarato il pieno supporto del gruppo alla campagna di attenzione ai problemi della salute mentale.
Maxim, cantante dalla presenza scenica dirompente, in grande forma e ipercinetico, con al fianco algido, a far parlare l’elettronica, colui che è considerato la mente del gruppo, Liam Howlett, sono stati accompagnati nel live da Leo Crabtree alla batteria e Rob Holliday alla chitarra, quest’ultimo impegnato in passato anche nei concerti dal vivo di Marilyn Manson.
Un giro sulle montagne russe, con tanto di momenti di vertigine a pensare cosa deve essere stato l’ascolto dei dischi in simultanea con l’uscita, ovvero in immersione nel loro tempo. Eppure, una spinta propulsiva quasi spiazzante accompagna intatta questa musica, a testimonianza di quanto visionari siano, o si rivelino essere stati, certi progetti artistici dove il “recitato” è pochissimo, rispetto alla quota di vita che inglobano, lanciata a correre coi lupi.
Il programma ha portato le migliaia di persone arrivate da ogni parte d’Italia a lasciarsi travolgere dai pezzi dell’ultimo lavoro dei Prodigy, No Tourists (definito dallo stesso Liam da “evil rave”) e poi a ballare successi come Voodoo People, Breathe, Smack My Bitch Up, Poison, No Good, We live forewer.
Tra i brani datati 2018, oltre alla canzone che dà il titolo al disco e tra le altre è apparsa Light Up the Sky, con il cielo d’aperta campagna – sullo sfondo il colle dantesco e il Monte Grappa – davvero “illuminato a 10 000 gradi” dall’imponente apparato di luci, laser colorati e maxi schermi accesi, molto scenografici.
Con Firestarter, in un momento allo stesso tempo carico di adrenalina ed estremamene commovente, è comparsa sullo sfondo la sagoma inconfondibile di Flint, disegnata dai laser a colori infuocati.
A chiudere lo show tra gli applausi è stata Out of space, dall’album di debutto del 1992, “Experience”, con la sua straniante contaminazione reggae e la sua dolcissima, lisergica, promessa di un altrove.
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