Interviste
A tu per tu con Vitaliano Trevisan
Le sei domande della TOP SIX: risponde Vitaliano Trevisan
Se non “fare chiarezza”, non saprei cos’altro. Il problema è semmai come.
La vita quotidiana spesso corre sui binari di un locale: ferma in stazioni banali, avanza anestetizzata dagli scossoni, obbedisce a fischi/squilli che imperano di ripartire. L’atto consapevole dello scrivere è il partire per un viaggio, un nastro trasportatore o una scalata per altre dimensioni?
Semplicemente la rinuncia all’anestesia. Obbedire a fischi e squilli non è affatto obbligatorio.
Al festival è in programma un dibattito sul tema del male: interessarsi del male, anche attraverso lo strumento di decifrazione della scrittura, può fare... bene?
Scriveva Melville: Non c’è orrore al quale io non possa adattarmi. A patto di non sconfinare nel morboso, cosa che temo accada fin troppo spesso, naturalmente per ragioni di mercato, la scrittura può benissimo trarre bene da male.
L’anno prossimo ci sarà un anniversario importante, i 150 anni dell'Unità d’Italia: come leggi e come scrivi il futuro del tuo Paese?
Qui ci sarebbe da scrivere per tutta la vita. In realtà no: anche qui, leggo e scrivo cercando la massima chiarezza e lucidità possibili.
Qual è l’idea, o l’intenzione, da cui è nato il libro che hai presentato al Piccolo Festival?
Il libro nasce dalla commissione, da parte dell’editore Laterza, per un libro legato al mio territorio. Il mio tentativo è stato di rendere, attraverso la scrittura, l’idea di un conglomerato allo stato fluido, com’è, per intendersi, il calcestruzzo che gira in una betoniera.
Riscrivi tu la quarta di copertina del tuo libro, uscendo, se vuoi, dalla logica di un discorso promozionale?
La quarta di copertina, in questo caso, è un estratto dal testo che ho concordato con la casa editrice. Non percependo attriti tra logiche di diversa natura, non c’è motivo di riscrivere alcunché.
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