Musica
Giù al nord
Il piccolo capolavoro dei Darkstar
I pezzi, quasi una sorta di manifesto digitale a metà tra il lamento e la contemplazione della solitudine, scivolano via senza particolari cambi di umore: unico appunto, forse, ad un album che proprio nella minuziosa descrizione di un'emozione precisa ha però la sua forza. L'apertura, affidata ai 3 minuti scarsi di In the way, è scandita da un incidere lento e delicato di piano: i temi del disco sono tutti qui, e preparano già il culmine dell'album, immediatamente raggiunto con Gold, difficilmente riconoscibile come cover degli Human League, You remind me of gold. È senza alcuna ombra di dubbio la cosa più cool che si possa sentire in questi mesi: ripresi la linea vocale e gli accordi principali dall'originale, i bpm sono diminuiti vertiginosamente e i suoni sono aggiornati al 2010. Una specie di squarcio depresso sul futuro.
Il disco prosegue nel tracciato segnato già dai primi brani, fino al momento di tensione più alto, raggiunto con Two chords, in cui la voce è sospesa su un synth arpeggiato ossessivo e ipnotico, e con la title-track North, costruita su un incedere ritmico lento e invasivo. Ostkruez è soltanto un intervallo prima della chiusura con la bellissima ballata del quarto millennio Dear heartbeat e con l'endovenosa When it's gone.
Sconsigliatissimo (o consigliatissimo?) ai malati di cuore cronici, North è l'incrocio perfetto tra un'elettronica postmoderna e un'emozione strappalacrime.
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